Data visualization

Lady al comando: women are the new men

Ecco un nuovo e interessante caso di data visualization:
E se l’originale, unica protagonista di House of Cards fosse stata lei: Claire Underwood? Come sarebbe stata accolta la serie televisiva che racconta i vari intrighi per giungere ai vertici del potere americano, se avesse avuto per protagonista una donna? Sarebbe stata altrettanto coerente, altrettanto machiavellica; altrettanto convincente?
Ricordare che l’autore dei romanzi da cui prende spunto la serie, Michael Dobbs, è stato in altra vita consigliere di Margaret Thatcher, la Iron Lady per eccellenza, lascia credere che non sarebbe andata in altro modo. Del resto, fuor di metafora televisiva, esistono oggi esempi concreti di come le donne stiano dimostrando di essere più che adatte ai ruoli di leadership. Basti pensare a Hillary Clinton, candidata alle prossime elezioni presidenziali statunitensi, o alla cancelliera tedesca Angela Merkel. In America Latina, nove donne sono diventate presidentas: tra le altre, Cristina Fernández de Kirchner in Argentina e Michelle Bachelet in Cile.

Eppure, la grande disparità di genere che sappiamo caratterizzare ancora le amministrazioni di tutto il mondo, evidenzia come il problema della rappresentanza e delle pari opportunità, in quanto problema stesso delle modalità in cui sono impostati i rapporti fra società civile e sistema politico, rimanga controverso.

Ecco perché mi sono chiesta in che modo si esprima questa disparità – e dove. Dall’analisi dei dati è emersa una panoramica dai risultati ora prevedibili ora, invece, più inaspettati, pur tenendo conto del respiro internazionale dell’indagine e dei molteplici ordinamenti governativi presenti nel mondo.

Si scopre in fretta che in alcuni governi le donne non sono assolutamente rappresentate: è il caso, ad esempio, di molti piccoli stati dell’Oceania e dei mari caraibici. In altri, la percentuale è misera: nello Yemen si registra lo 0.3%, nell’Oman l’1.2%, in Libano il 3.1%, in Egitto il 2%, in Iran il 3%, in Sri Lanka il 5.8%, in Giappone il 8.7%, …

Non sono entusiasmanti neppure i dati di Paesi come l’India (11%), il Brasile (8.9%), la Repubblica Democratica del Congo (9.5%), l’Arabia Saudita (10%), la Mongolia (12.2%) o di grandi Stati come la Cina (22.4%) ed il Canada (24.8%).

Ciò detto, è altresì documentato che, negli anni, si sono verificati alcuni significativi movimenti.
Prendendo come riferimento il periodo 1990-2015, infatti, il governo degli Stati Uniti ha registrato una crescita dal 6.6% (quinquennio ’90-’95) al 16.7% (’05-’10), fino all’attuale 18%. Una cifra in verità ancora bassa che nondimeno accompagna la possibilità di riscrivere la storia se, alle elezioni del 2016, la Clinton fosse davvero eletta Presidente. Il Messico, in compenso, è passato dal 12% all’attuale 34.3%.
Più particolare il caso della Russia, che ha sperimentato una vera e propria trottola amministrativa: al 15.6% del ’90-’95, è seguito un crollo nel decennio successivo: 9.4% e 8.5%. Poi, il riassestamento che ha riportato il numero a salire fino al 13.6%.
Importante la crescita registrata in Algeria (dal 2.4% al 25.7%) e in Australia (dall’1% al 25.4%). Non tutti i mali vengono per nuocere, si direbbe.

Da questi dati risultano due punti di vista: da una parte, il crescente affrancamento del genere femminile ha senza dubbio contribuito all’incremento delle donne al potere; dall’altra, l’ascesa politica “rosa” si scontra con una estesa cultura maschilista spesso tradotta in discriminazione e diffusa violenza di genere, come ribadiscono il dossier Gender Equality fra politica imprese e lavoro di Openpolis (2015) e le numerose ricerche sulla sicurezza delle donne nel mondo.
Tant’è vero che anche quei Paesi con democrazie forti da cui ci si dovrebbero aspettare esiti più incoraggianti sulla rappresentanza politica di genere, si rivelano scarsini alla prova dei numeri.

Si pensi a Gran Bretagna (22.5%) e Francia (24.7%), così come all’Italia (26.5%) che, per essere dotata di meccanismi interni ai partiti per la presentazione di liste paritarie, ha una strada molto lunga da percorrere.
Tuttavia, nel nostro Paese sono stati fatti alcuni passi in avanti: da Nilde Iotti che fu eletta presidente della Camera 36 anni fa, fino a Laura Boldrini che è andata a ricoprire il medesimo incarico nel 2013, le donne in Parlamento sono cresciute del 15.7% negli ultimi quindici anni. La cattiva notizia è che siamo ancora lontani da una completa parità di genere; la buona è che l’Italia, in questa classifica di maschilismo globale, non sfigura. Lo stesso si dica per le vicine Spagna (36.9%) e Germania (34.7%).
Proprio quest’ultima fa da apripista per i Paesi nordeuropei quali Danimarca (39.1%), Norvegia (39.6%), Finlandia (42.5%), Olanda (39.2%), Islanda (39.7%), che svelano percentuali tra le più significative nel Vecchio Continente.

Sembra essersi imposta, qui, una concezione sociale nei confronti delle donne in politica che coincide con un giudizio di equità come uguagliamento delle diversità. Non è dunque un caso che ciò accada in Paesi dove l’attenzione al welfare è peculiare. Il nord Europa è la dimostrazione di come si stia gradualmente diffondendo una certa omologazione degli atteggiamenti collettivi nei riguardi dei ruoli amministrativi: non vengono percepite differenze rilevanti fra donne e uomini al governo, in parte perché non ci sono più – se ci sono riguardano per l’appunto il volume di presenze e non la qualità delle prestazioni (beninteso, anche in negativo) –, in parte perché i cittadini si stanno abituando a non considerare un’eccezione le donne in politica.

Da questo punto di vista emerge la Svezia (44.7%), alla quale una forte accelerazione nell’affrontare e risolvere molte questioni di genere è valso, tra il 1990 ed il 2005, il primato mondiale per numero di donne in parlamento, ma in seguito gli interventi dello stato hanno iniziato a dirigersi piuttosto verso altri settori delle pari opportunità (disabili, stranieri, diritti LGBT), creando di fatto uno stallo.
In contemporanea, lo sviluppo di politiche integraliste e antirazziste, così come la fine dell’apartheid e l’avvento della democrazia costituzionale, hanno aperto la strada della politica alle donne del Sudafrica, consentendo al Paese di assestare la presenza parlamentare femminile al 42.1%.

Ed ecco che la vera svolta è rappresentata oggi proprio da uno Stato africano, il Rwanda, che con una rappresentanza del 60.1% sale di tutta forza sul gradino più alto del podio.
È un fatto straordinario, reso sbalorditivo poiché avviene in uno dei Paesi più martoriati degli ultimi decenni (si pensi al genocidio Tutsi e alle persecuzioni razziali dopo l’indipendenza dello Stato dal Belgio, in cui persero la vita più di 800.000 persone). Eppure, questo risultato eccezionale si spiega anche a partire proprio dai genocidi del 1994, dopo i quali le donne si sono scoperte più numerose degli uomini e hanno iniziato ad essere più attive in tutti i livelli della vita pubblica, compresa la politica. In questo senso, il Rwanda è una conferma cristallina di come le donne – in virtù delle esperienze maturate nella vita quotidiana e della forza che esprimono nella società sul piano delle competenze e delle capacità progettuali – siano adeguate ad esercitare il governo.
Risultati elettorali come quelli del Rwanda, del Sudafrica e di altri Paesi del continente come il Mozambico (39.2%), l’Angola (35.8%), la Tanzania (36%), accendono le speranze di una progressiva tendenza ad amministrazioni orientate al cambiamento ed inclini a saper mediare tra le diversità, poiché l’uguaglianza di condizione va comunque ricercata nel rispetto delle differenze e delle specificità dei sessi. Altrimenti il rischio diventa quello della omologazione, che implicherebbe la perdita di un patrimonio di competenze proprio innanzitutto delle donne – saper ascoltare e conciliare, avere cura delle relazioni, senso del limite, senso pratico – e, dunque, di vanificare la possibilità di un valore aggiunto da parte loro e trasformando ogni discorso sulle pari opportunità in qualcosa di astratto o peggio retorico.

Bisogna poi tener conto di un altro elemento che ha consentito alle donne l’ingresso tra gli alti ranghi del potere: il grado di parentela che le lega ad ex presidenti, capi di governo e dissidenti politici. Appartengono a quest’ultima categoria in particolare le leader del sudest asiatico, dove retaggi culturali ed integralismo religioso hanno limitato fortemente l’inserimento della donna nella società.
È il caso di Yingluck Shinawatra, prima donna a capo della Thailandia, nonché sorella minore dell’ex premier Thaksin, destituita nel 2014 da una sentenza della Corte Costituzionale proprio perché riconosciuta colpevole di “abuso del potere politico a fini personali”. Anche l’attuale primo ministro del Bangladesh, Sheikh Hasina, è la figlia di Mujibar Raham, a sua volta primo ministro dopo l’indipendenza del Paese. E fu così per Corazon Aquino, vedova dell’oppositore politico filippino Benny Aquino, passata alla storia come il primo presidente donna del continente asiatico, capace di abbattere il regime Marcos nel 1986.
Nei Paesi occidentali il peso delle famiglie sfuma o scompare del tutto, eppure emerge un quadro generale tanto ambiguo quanto in rapida evoluzione: la tendenza orientale alla successione ereditaria, infatti, va di pari passo con una rappresentanza politica delle donne in linea con le medie globali (in Thailandia si ha il 13.4%, nelle Filippine il 25.1%, in Vietnam il 26.1%, in Bangladesh il 19.7%).

Ciò significa che, dal nord al sud del mondo, passando attraverso i confortanti traguardi di Cuba (47.1%) e dell’Andorra (50%), si sta via via costituendo una leva strategica a sostegno di un’azione politica desiderosa di costruire una realtà sociale modellata sulle necessità di chi vi appartiene. Gli interessi e le aspirazioni delle donne impegnate nella politica vanno a coincidere con le aspettative dei cittadini, i quali considerano a loro volta prezioso il contributo femminile nelle arene della politica.

Non bisogna comunque dimenticare che, nonostante i dati e successi politici, in generale gli uomini prevalgono ancora in più modi e contesti; ecco perché occorre impegnarsi per acquisire una identità femminile più visibile nel mercato politico, aiutata, perché no, dai partiti che dovrebbero offrire sponde più solide ed egualitarie.
Paesi in via di sviluppo come Filippine, Uganda, Nepal, Burkina Faso e lo stesso Rwanda, hanno adottato quote costituzionali che riservano alle donne un certo numero di posti in Parlamento, assicurando un equilibrio nelle istituzioni politiche. È solo uno dei sistemi antidiscriminatori che si possono immaginare ed apre a scenari cui guardare con estrema attenzione, ma è anche un esempio illuminato che induce ad esaminare la questione della parità di genere con maggiore fiducia, molteplicità di sguardi e senza pregiudizi; soprattutto non sottovalutandola come un problema ormai risolto né tanto meno considerandola “solo una questione di donne”.

Grazie a Tableau, è semplice ed efficace sfruttare le potenzialità della data visualization per esprimere concetti e fatti.

Iscriviti alla newsletter

Per restare informato sulle novità Tableau e Alteryx, sui nostri prodotti e servizi e sugli eventi Visualitics in programma, iscriviti alla nostra newsletter; potrai scegliere la tipologia di invio che preferisci e disiscriverti in qualsiasi momento!

Quali aggiornamenti vuoi ricevere?